GIOVANNI CARMINATI

GIOVANNI CARMINATI

Dati anagrafici

Nome e Cognome: Giovanni Carminati

Luogo nascita: Sconosciuto

Stato civile: Non conosciuto

Detenzione

Tipo deportato: Non conosciuto

Esito

Esito: Non conosciuto

Biografia

Giovanni Carminati, classe 1922, era il primo di sei fratelli di una famiglia di contadini mezzadri. Agli inizi del 900 la famiglia Carminati originaria di Costa di Mezzate, viveva in una parte della cascina di proprietà della famiglia Rota (di cui curavano le vigne), sita a Cenate Sotto dove inizia la salita che porta al Santuario della Madonna di Loreto. Era alto e magro, con gli occhi cerulei e veniva soprannominato “stròpa”, termine bergamasco che indica i rami del salice utilizzati per legare le viti e i tralci perché sono molto flessibili. Da bambino ha frequentato la scuola fino alla terza elementare, come si usava all’epoca, poi ha cominciato ad aiutare i famigliari nel lavoro dei campi. A vent’anni è stato chiamato alle armi e predesignato al Terzo Raggruppamento Artiglieria di corpo armata settimo gruppo cannoni 105/28: giunse in territorio dichiarato in stato di guerra il 2 agosto 1942.


Dove venne inviato?

Dal 18 novembre al 7 gennaio 1943 è stato impegnato nelle operazioni di guerra nei Balcani. Si è imbarcato dall’Albania ed è approdato a Tobruk in Libia, dove ha svolto il ruolo di staffetta portaordini. Sapendo guidare la motocicletta, portava la corrispondenza da un campo all’altro in moto, incontrando più volte il Generale Erwin Rommel soprannominato “la volpe del deserto”. Ha attraversato il deserto da Tobruk a El Alamein, sulla costa mediterranea dell’Egitto, dove ha sofferto le pene dell’inferno. Lui e gli altri ragazzi sono stati mandati a combattere una guerra sapendo che avrebbero avuto la peggio: erano giovanissimi, senza esperienza bellica e quando arrivarono in Africa si trovarono di fronte soldati che erano sul posto da almeno due anni, mentre a loro mancavano mezzi adeguati. L’ambiente era particolarmente ostile: nel deserto c’era vento, non avevano cibo e l’acqua scarseggiava. Il rancio spesso non arrivava, erano costretti ad arrangiarsi con poche scatolette e qualche galletta, si lavavano con la sabbia e pativano una notevole escursione termica. Di giorno le temperature superavano anche i 50° mentre di notte crollavano e rischiavano di morire di freddo oltre che di caldo, fame e sete.

Era una situazione davvero durissima

Sicuramente. Molti si indebolivano a causa della mancanza di acqua e cibo, così spesso contraevano infezioni intestinali. Anche mio nonno venne colpito ma, fortunatamente, se la cavò. Un giorno, inoltre, si spaventò molto quando si trovò in mezzo a una tempesta di sabbia: cercò di ripararsi mettendosi sotto la sua motocicletta e usando il telo militare, ma fu un’esperienza drammatica. Il 5 novembre 1942 arrivarono le truppe tedesche e gli assetti cambiarono: il 24 febbraio 1943 venne imbarcato insieme ai suoi compagni e inviato in Grecia. Approdò ad Atene e prestò servizio come attendente di monsignor Angelo Roncalli, che poi divenne Papa Giovanni XXIII: dal 1935 al 1944, infatti, è stato delegato apostolico per la Turchia e la Grecia.

In Grecia la situazione migliorò?

La società greca, come si dice sempre, era molto accogliente ma la situazione continuò a essere difficile. Per farsi un’idea, basta pensare che in Grecia era consuetudine per coloro che si recavano al cimitero portare sulla tomba dei propri cari un’offerta diversa dai fiori come un grappolo d’uva, del formaggio di capra oppure olive e la domenica si lasciavano gli avanzi del pranzo come segno di rispetto e devozione nei confronti dei defunti. Siccome i nostri soldati morivano di fame, spesso la necessità di nutrirsi li spingeva ad approfittarsi di quegli avanzi. Successivamente, Giovanni venne trasferito da Atene all’isola di Cefalonia, dove erano dislocati soldati della Divisione Acqui, finanzieri, carabinieri e militari della Regia Marina. Tutto cambiò l’8 settembre 1943: quel giorno venne reso noto che il governo Badoglio aveva firmato l’Armistizio con gli angloamericani ponendo fine all’alleanza con la Germania. Le truppe tedesche cominciarono i rastrellamenti e le fucilazioni. I superstiti, fra cui mio nonno, vennero caricati su navi destinate ai porti greci e da questi ai treni con destinazione Polonia o Austria: nei mesi di settembre e ottobre furono imprigionati e internati oltre 600mila militari italiani. Sui vagoni merce il viaggio venne effettuato in condizioni disumane: furono trattati come bestiame.

Come andò?

Inizialmente i tedeschi promisero ai deportati che avrebbero fatto ritorno in patria, ma non fu così. Era un inganno perché vennero inviati nei campi di concentramento. Sui vagoni c’era caldo torrido, erano costretti a nutrirsi con miseri ranci, abbeverarsi con acqua e zucchero e dovevano fare i loro bisogni fisiologici lungo il tragitto, esposti a zecche e pulci. Per un breve periodo Giovanni fu internato a Mauthausen in attesa che gli venisse assegnato un altro luogo di prigionia.

Giovanni Carminati - libretto di prigionia
Che cosa sappiamo della sua permanenza a Mauthausen?

I prigionieri venivano impiegati nell’edificazione del lager e nel lavoro forzato. Giovanni aveva sentito dire che in quel campo c’erano le camere a gas e i forni crematori, ma anche la famosa scala della morte con 186 gradini di pietra di altezze differenti lungo i quali i detenuti erano costretti a trasportare grandi pietre: i prigionieri venivano fatti lavorare fino allo stremo e alla morte. Mangiavano solamente una sottile fettina di pane con un po’ di zuppa acquosa e alloggiavano in baracche situate a circa un km dal nucleo centrale del campo. Un detenuto della baracca in cui si trovava mio nonno custodiva clandestinamente una radio per stabilire un collegamento con gli Stati Uniti: le guardie lo scoprirono e dato che nessuno di loro era disposto a confessare chi fosse il trasgressore impartirono una punizione arbitraria. Erano una decina, li misero in fila, decisero di punire il decimo e si trattava di mio nonno.

Che cosa gli fecero?

Gli spezzarono i denti colpendolo con il calcio del fucile e lo legarono a un palo lasciandolo in mezzo alla neve per tutta la notte. In quel momento, ironia della sorte, alla casa di Cenate Sotto arrivò la chiamata alle armi per lui: non sappiamo il motivo, è stato il risultato di una comunicazione sbagliata. Non avendo più avuto sue notizie da quando venne imprigionato, i famigliari vivevano nell’angoscia. La paura era tantissima e sua madre, Teresa, si recava spesso al santuario della Madonna di Loreto per pregare affinché il figlio potesse tornare sano e salvo. In seguito, il 28 settembre 1943, Giovanni venne trasferito nel campo di prigionia M-Stalag settimo in località Moosburg nel sud della Baviera.

E come andò?

In questo campo i prigionieri venivano impiegati in vari lavori forzati in edilizia, per la costruzione di impianti produttivi e la realizzazione di scavi per enormi gallerie per consentire la salvaguardia della produzione industriale dalle incursioni aeree alleate. Le condizioni di vita erano meno dure rispetto a Mauthausen: al centro della baracca c’era una stufa a legna che si poteva accendere solamente qualche ora al giorno. I pasti consistevano in un mestolo di zuppa di bucce di patata o barbabietole: molti non avevano il gavettino per consumarla e la bevevano versandola all’interno del proprio elmo. Le giornate erano interminabili: i detenuti erano svegliati all’alba dalle urla delle guardie e venivano messi in fila per essere contati. Vivevano cancellando ogni giorno quanto visto nelle giornate precedenti: lasciarsi alle spalle ogni ora e seppellirla nel buio era la regola per poter andare avanti. Molti prigionieri venivano presi in affitto dagli imprenditori di molte aree della Germania meridionale, della Baviera e del Tirolo. Fra questi ci fu mio nonno, che venne trasferito in un altro campo.

Quale?

Aubenlager Gendorf, nel Comune di Burgkirchen An Der Alz. Molti prigionieri lavoravano per una fabbrica chimica, mentre chi aveva una formazione contadina, come mio nonno, venne inviato in fattorie, mulini e segherie. I detenuti vivevano in una baracca vigilata da due poliziotti ausiliari che si alternavano per controllarli svolgendo dei turni. Uno di loro si chiamava Anton Kastenbauer: venne colpito dall’umiltà e dalla fiducia che gli trasmetteva mio nonno e tra i due nacque una sincera amicizia tanto che lo assunse come operaio nella sua segheria e nel mulino di famiglia.

Quanto tempo ha lavorato per loro?

Dal 12 febbraio 1945 al 4 maggio dello stesso anno. Dopo l’assunzione, le sue condizioni di vita migliorarono: Anton e la sua famiglia lo aiutarono a curarsi e a rimettersi in forze. Alla segheria lavorava anche un altro italiano, Giuseppe Vezzoli di Erbusco: lui e mio nonno furono gli unici ad aver avuto il privilegio di dormire nella casa di Anton. Venivano trattati come se fossero parte della famiglia: nonostante la lealtà al regime, mostrarono una vera umanità nei confronti dei prigionieri cercando di alleviare le loro sofferenze per quanto fosse possibile. Quando la guerra finì, Anton chiese più volte a mio nonno di rimanere in Germania con loro, ma il suo pensiero era costantemente rivolto alla sua famiglia a Cenate Sotto e desiderava riabbracciare i suoi cari.

Giovanni Carminati foto
E ci riuscì

Sì. La mattina del 3 maggio 1945 in quel paese stavano arrivando gli americani per la Liberazione: Giovanni ed Anton si scambiarono le divise, per salvare la vita ad Anton perché lo avrebbero ucciso. Insieme ad alcuni compagni bergamaschi e a due bambine, mio nonno cominciò a intraprendere un viaggio a piedi che dalla Germania lo avrebbe portato a casa. Furono necessari 24 giorni di incessante cammino notturno e riposo diurno: al ritorno pesava 38 kg ed era in condizioni di salute molto difficili. Venne ricoverato all’Ospedale militare di Monza a causa di cachessia, termine che indica un grave deperimento organico che comporta indebolimento fisico e alterazioni delle capacità psichiche. Come molti sopravvissuti ai campi di concentramento e alle atrocità della guerra viveva una lotta interiore costante tra il desiderio di esprimere il proprio dolore e il bisogno di proteggere la propria dignità. Le domande che continuava a porsi riflettevano la sua ricerca di significato e giustizia di fronte alle ingiustizie subite.

Dopo questi orrori ha ricostruito la sua vita?

Non è stato facile ma nonostante tutto è riuscito a ricominciare. Nella primavera del 1946 (nel dopoguerra, ndr), ha conosciuto la sua futura moglie, Maria Cortesi, che aveva 18 anni ed era originaria di San Paolo d’Argon. Lavorava in uno stabilimento di bachi da seta e tutti i giorni si recava al torrente Seniga, lungo il quale si incontrarono la prima volta. Dopo un insistente corteggiamento, si fidanzarono, si sposarono e si trasferirono a Bergamo perché mio nonno trovò lavoro in città. Nel 1953 si spostarono con le loro prime due figlie, ossia mia madre Maria Teresa che aveva tre anni e Jose uno, mentre un altro figlio era in arrivo. Si trattava dell’inizio della loro vita assieme e dalla loro unione nasceranno cinque figli. Giovanni lavorò come usciere al Comune di Bergamo, in seguito divenne operaio in un’industria chimica e poi come muratore. A causa delle condizioni di salute compromesse dall’internamento fu costretto a cercare un’altra occupazione e andò a lavorare al convento dell’Ordine delle suore del Buon Pastore in Porta Dipinta, che ai tempi era un riformatorio per sole donne. Vi prestò servizio come factotum facendo il contadino, l’allevatore e l’autista, mentre successivamente lavorò all’Istituto Italiano di Arti Grafiche.

Giovanni e Anton rimasero in contatto?

Nel luglio 1965 Giovanni intraprese un viaggio in Lambretta per incontrare Anton e far conoscere alla sua famiglia la moglie. Rimasero in contatto scrivendosi lettere e anche loro vennero in Italia per conoscerne i famigliari. Sia mio nonno sia Anton morirono all’età di 58 anni e questo non è l’unica caratteristica che hanno in comune. Per moltissimi anni abbiamo perso le tracce della famiglia Kastenbauer e mia madre aveva il desiderio di ritrovarli. Cercando sull’elenco telefonico tedesco ho trovato l’e-mail di un figlio di Robert l’ingegnere, gli ho scritto la storia di mio nonno e il legame con suo padre, allegando delle fotografie e chiedendo di poter allacciare i rapporti. Dopo qualche giorno mi rispose sua figlia che si chiama come me e ha la mia stessa età. Incredibile!

Per concludere, che cosa le ha lasciato la storia di suo nonno?

È stata una storia durissima che fa riflettere sulle atrocità della guerra. Mio nonno ha ricevuto la medaglia d’onore al valore militare e civile per la deportazione e le sofferenze nei lager, un pezzo di ferro rispetto a tutto quello che ha passato. Colpisce il totale disinteresse verso quei giovani prigionieri che sono stati lasciati soli a leccarsi le ferite. Allo stesso modo nessuno ha mai pensato ai figli di questi uomini distrutti dentro: avevano incubi e il peso dei ricordi della guerra, un fardello che li consumava dall’interno. Ho ricostruito la sua storia con l’aiuto di mia mamma, suo fratello Alessandro e sua sorella Tiziana, svolgendo approfondite ricerche e raccogliendo testimonianze. Per rendergli omaggio e non dimenticare, l’ho raccolta in un docu-libro che mi piacerebbe pubblicare. Desidererei diffonderla stampando il volume, tenendo incontri nelle scuole e partecipando a convegni. In futuro, chissà, potrebbe diventare materiale per produrre una serie o un film con l’obiettivo di far conoscere quanto avvenne.