Cesarina Mazzetti: Una Vita Spezzata dalla Barbarie Nazista

Radici Bergamasche

Cesarina Mazzetti: Una Vita Spezzata dalla Barbarie Nazista

Una bergamasca d’adozione

Agar Cesarina Lucia Mazzetti, chiamata affettuosamente Nina, nacque il 24 marzo 1885 a Bergamo in Via San Bernardino, 9, figlia di Lorenzo Mazzetti fu Pietro, ministro evangelico, e di Sofia Conti. La famiglia Mazzetti si spostava per l’Italia seguendo gli incarichi pastorali del padre Lorenzo: non a caso sua sorella Seba era nata a Napoli. Fu proprio a Bergamo che Agar crebbe, in una famiglia protestante dai valori aperti e accoglienti.

La sua vita si intrecciò con quella di Robert Einstein, ingegnere nato a Monaco di Baviera il 27 febbraio 1884, cugino del celebre fisico Albert Einstein.

I due si sposarono il 15 ottobre 1913 a Roma: al momento del matrimonio Robert risiedeva a Milano, mentre Agar viveva già nella capitale.

Il legame di parentela con Albert Einstein

Robert Einstein era cugino di primo grado di Albert Einstein. Il legame familiare si spiega attraverso i loro padri: Hermann Einstein, padre di Albert, e Jakob Einstein, padre di Robert, erano fratelli. I due avevano iniziato a lavorare insieme a Ulm, in Germania, gestendo una piccola azienda di installazioni di acqua e gas.

Nel 1880 la famiglia si trasferì a Monaco di Baviera, dove i due fratelli fondarono la “Elektrotechnische Fabrik J. Einstein und Cie”, una fabbrica elettrochimica che produceva dinamo, lampade ad arco e strumenti di misura. Tuttavia, il passaggio dalla corrente continua a quella alternata determinò il declino dell’azienda. Nel 1894, dopo difficoltà economiche in Germania, i due fratelli trasferirono la loro attività in Italia. Hermann, con la moglie Pauline Koch e la figlia Maria (Maya), si stabilì prima a Milano e poi a Pavia, dove vissero nella stessa casa in via Foscolo 11 che aveva ospitato Ugo Foscolo. Jakob seguì il fratello con la famiglia. Fu in questo periodo italiano che Albert e Robert, coetanei e cugini, trascorsero insieme parte della loro giovinezza, condividendo l’infanzia tra Germania e Italia.

Le loro strade poi si separarono: Albert divenne il fisico più famoso del mondo, premio Nobel nel 1921, mentre Robert scelse la carriera di ingegnere. Nonostante le diverse professioni, i due rimasero legati, come testimonia la corrispondenza tra loro e il fatto che Robert sposò Cesarina nel 1913, lo stesso anno in cui Albert stava consolidando la sua reputazione scientifica internazionale.

Una famiglia allargata nella campagna toscana

Cesarina e Robert costruirono insieme una famiglia nella campagna toscana, prima a Montemalbe dal 1936, poi dal 1937 nella splendida Villa del Focardo, in località Troghi, comune di Rignano sull’Arno, vicino Firenze. Con loro vivevano le figlie Luce, nata nel 1917, e Annamaria (chiamata Cicci), nata nel 1927. La famiglia possedeva anche un’abitazione in Corso Tintori a Firenze, dove risiedevano nel periodo invernale.

Ma la generosità di Cesarina andava oltre i confini della propria famiglia nucleare. Quando il fratello Corrado rimase vedovo, lei e Robert accolsero le nipoti gemelle orfane di madre, Paola e Lorenza Mazzetti, crescendole come se fossero le loro stesse figlie. La Villa del Focardo divenne così un rifugio di amore e serenità, dove le bambine poterono ricostruire una vita dopo il trauma della perdita.

Perché la famiglia Einstein era nel mirino del nazismo

Per comprendere appieno la tragedia che colpì Cesarina e le sue figlie, è necessario capire quanto il nome Einstein fosse inviso al regime nazista, e quanto Albert Einstein fosse diventato uno dei principali nemici di Hitler.

Albert Einstein, cugino di Robert, era già negli anni ’20 una celebrità mondiale della fisica, premiato con il Nobel nel 1921. Con l’ascesa del nazismo, la sua fama si trasformò in un bersaglio. Le sue origini ebraiche, le sue idee pacifiste e il suo rifiuto del nazionalismo lo resero oggetto di una persecuzione sistematica. I nazisti etichettarono la teoria della relatività come “fisica ebraica”, organizzarono conferenze per screditarla e bruciarono i suoi libri. Einstein ricevette lettere minatorie e un’organizzazione nazista pubblicò addirittura una rivista con la sua foto e la didascalia “Non ancora impiccato” in copertina, con tanto di taglia sulla sua testa.

Già nel 1922, dopo l’assassinio del ministro degli esteri Walter Rathenau, anche lui ebreo, Einstein scrisse alla sorella Maya parole profetiche: “Qui si stanno preparando tempi bui, politicamente ed economicamente”. Quando Hitler salì al potere nel 1933, Einstein lasciò definitivamente la Germania, rinunciando alla cittadinanza tedesca e rifugiandosi prima brevemente in Europa e poi negli Stati Uniti, dove divenne cittadino americano nel 1940.

Da Princeton, Einstein divenne il simbolo mondiale dell’opposizione al nazismo. Pronunciò discorsi infuocati contro il regime, sostenne i rifugiati ebrei e nel 1939 scrisse la famosa lettera al presidente Roosevelt per sollecitare lo sviluppo della bomba atomica, temendo che Hitler potesse arrivare prima. Il fatto che un ebreo fosse diventato il più grande scienziato del mondo smentiva platealmente le teorie razziali naziste, rendendolo un nemico ancora più odiato.

Non potendo colpire direttamente Albert, rifugiatosi in America, i nazisti cercarono di vendicarsi sui parenti rimasti in Europa. Robert Einstein, pur essendo un semplice ingegnere appassionato di equitazione e senza alcun ruolo politico, portava quel cognome maledetto. E questo, agli occhi del regime, era sufficiente.

L’orrore del 3 agosto 1944

Durante l’occupazione tedesca, la villa aveva ospitato diversi comandi tedeschi. Verso la fine di luglio 1944, Robert, in quanto ebreo, fu consigliato di darsi alla macchia. Cesarina invece rimase nella villa con le figlie, le nipoti e altri familiari, sentendosi al sicuro grazie alla propria nazionalità italiana e al fatto di non essere ebrea.

Il 3 agosto 1944, giorno della liberazione di Rignano, un nuovo reparto tedesco in ripiegamento prese possesso della villa. Verso le ore 19, Cesarina, le figlie e altri occupanti furono rinchiusi in alcune stanze. I tedeschi separarono Cesarina e le sue due figlie per interrogarle, chiedendo spiegazioni sull’assenza del marito. Cesarina fu persino accompagnata ai limiti dei boschi circostanti per cercare di richiamare Robert, che i soldati immaginavano nascosto nelle vicinanze.

Durante la perquisizione della villa, i tedeschi trovarono materiale che ritennero compromettente, sospettando contatti con la Resistenza o con gli Alleati. Al termine dell’interrogatorio, Cesarina e le sue due figlie furono accusate di spionaggio e possesso di esplosivi, e condannate a morte.

Portate in una stanza al piano superiore, furono uccise con raffiche di mitragliatrice.

L’assurdità della condanna

In un biglietto rinvenuto il giorno dopo nel giardino della villa, si leggeva che i membri della famiglia erano stati condannati “in quanto rei di tradimento e giudei”. L’assurdità e la crudeltà di questa sentenza è evidente: Cesarina non era ebrea, così come le sue figlie. La loro unica “colpa” era portare il cognome Einstein per matrimonio.

A conferma della natura mirata di questo assassinio, furono risparmiate le nipoti gemelle e gli altri familiari che portavano il cognome Mazzetti. Al tenente tedesco che le liberò, la sorella di Cesarina, Seba Mazzetti, sentì pronunciare la frase agghiacciante: “giustizia è fatta e i traditori sono puniti”.

Per decenni si è creduto che fosse stata una vendetta personale di Hitler contro Albert Einstein, un ordine diretto per colpire il grande scienziato negli affetti più cari. Studi storici più recenti, condotti dallo storico Carlo Gentile, hanno invece dimostrato che a compiere la strage fu il 104° Reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht (non le SS come si era creduto), che in quei giorni si rese responsabile di altri eccidi nella zona. Secondo questa ricostruzione, più che una vendetta pianificata dall’alto, fu un atto di violenza compiuto da soldati che sospettavano la famiglia di collaborare con i partigiani.

Tuttavia, la domanda rimane: perché proprio loro? Perché Cesarina e le sue figlie furono separate dagli altri e giustiziate, mentre le nipoti con cognome diverso furono risparmiate? Il biglietto lasciato nel giardino, la frase del tenente tedesco, il fatto che solo chi portava il nome Einstein venne ucciso: tutto indica che quel cognome, simbolo dell’opposizione antinazista incarnata da Albert, giocò un ruolo determinante nella loro condanna a morte.

L’epilogo tragico

Robert Einstein, nascosto nelle campagne circostanti, udì gli spari dal suo rifugio. Cercò di accorrere alla villa ma fu fermato da Seba e dagli altri superstiti. Distrutto dalla sciagura, non si riprese mai dalla perdita della sua famiglia.

A guerra terminata, il 13 luglio 1945 – meno di un anno dopo la strage -, Robert, devastato dal dolore, si tolse la vita sulle macerie del Focardo ingerendo del veleno. Fu sepolto insieme ad Agar e alle figlie nel cimitero della Badiuzza, dove un monumento ricorda questa famiglia spezzata dalla barbarie.

La memoria che non si spegne

Le gemelle Lorenza e Paola Mazzetti, miracolosamente sopravvissute, hanno portato avanti per tutta la vita la memoria di quella tragedia. Lorenza, diventata regista, scrittrice e pittrice, raccontò l’orrore vissuto nel libro “Il cielo cade”, vincitore del premio Viareggio nel 1961, e in numerose opere pittoriche.

Nel 2016, all’età di 89 anni, Lorenza rivelò al Corriere della Sera di aver riconosciuto online, dopo decenni, il volto del responsabile della strage: Johannes Robert Riis, sergente delle SS che all’epoca viveva ancora libero in Baviera.

Cesarina Mazzetti rimane nella storia non solo come vittima innocente della follia nazista, ma come simbolo di una donna coraggiosa che aprì la sua casa e il suo cuore a chi aveva bisogno, e che pagò con la vita la “colpa” di aver sposato un uomo che portava il cognome sbagliato agli occhi dei carnefici.

La sua memoria, insieme a quella delle figlie Luce e Cicci, continua a ricordarci l’orrore della persecuzione razziale e l’importanza di non dimenticare mai.