DON ANTONIO SEGHEZZI

DON ANTONIO SEGHEZZI

Dati anagrafici

Nome e Cognome: Antonio Elia Giuseppe Seghezzi

Data nascita: 25/08/1906

Luogo nascita: Premolo

Professione: Prete

Stato civile: Celibe

Data morte: 21/05/1945

Luogo morte: Dachau

Causa morte: Emottisi

Detenzione

Tipo deportato: Politico

Data arresto: 04/11/1943

Luogo arresto: Bergamo

Detenzione intermedia: Monaco di Baviera -> Campo di lavoro di Kaisheim -> Fabbrica Munizioni

Esito

Esito: Deceduto

Biografia

Antonio Elia Giuseppe Seghezzi nacque il 25 agosto 1906 a Premolo, in provincia di Bergamo Wikipedia, secondo di dieci figli. La sua fu un'infanzia semplice, che lo vide accompagnare ogni mattina il padre nella sua attività di lattaio prima di andare a scuola.
Formazione e primi incarichi
A dieci anni entrò in Seminario e, nel 1927, si laureò in Scienze sociali all'Istituto cattolico di studi sociali di Bergamo ANPI. Fu ordinato sacerdote il 23 febbraio 1929 dal vescovo Luigi Maria Marelli nel Duomo di Bergamo. Il suo primo incarico fu come coadiutore nella parrocchia di Almenno San Bartolomeo, dove rifondò il Circolo Giovanile di Azione Cattolica.
Nel 1932 iniziò a insegnare Lettere al Seminario vescovile di Bergamo. Nel 1935 fu inviato in Eritrea come cappellano militare SIR, ruolo che mantenne per circa due anni.
L'Azione Cattolica e l'impegno con i giovani
Tornato a Bergamo nel 1937, fu nominato assistente diocesano della Gioventù maschile di Azione Cattolica e Segretario della Giunta diocesana. Don Antonio si distinse per la sua dedizione totale ai giovani, accompagnandoli spiritualmente con lettere e incontri personali. La sua frase "La più bella azione cattolica che io farò...sarà donarmi tutto" esprimeva la radicalità della sua scelta sacerdotale.
La Resistenza e l'arresto
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, don Seghezzi decise di seguire in montagna i giovani che cercavano di sfuggire ai rastrellamenti nazifascisti. Come testimoniò don Mario Benigni, suo compagno di prigionia, don Antonio "non parlò mai né incitò alla resistenza attiva", ma consigliava "una resistenza passiva" SIR, aiutando i ragazzi a non presentarsi agli appelli tedeschi.
Quando i nazifascisti minacciarono rappresaglie contro l'Azione Cattolica e la Chiesa di Bergamo, don Seghezzi, su consiglio del vescovo, si consegnò spontaneamente il 4 novembre 1943 Wikipedia. Venne arrestato, malmenato e torturato, poi processato e condannato a cinque anni di lavori forzati (ridotti a tre).
La deportazione e la morte
Il 31 dicembre 1943 fu deportato in Germania. Venne rinchiuso prima nel carcere di Monaco di Baviera, poi trasferito al campo di lavoro di Kaisheim e successivamente costretto ai lavori forzati in una fabbrica di munizioni. Le condizioni disumane della prigionia lo portarono ad ammalarsi di tubercolosi.
Nell'aprile 1945, con l'avanzata degli Alleati, fu trasferito al campo di concentramento di Dachau. Il 21 maggio 1945, con il campo già liberato e alla vigilia del suo rientro in Italia, don Antonio morì per emottisi Wikipedia, ricoverato in un ospedale da campo americano.
La memoria
Le sue spoglie, inizialmente sepolte nel cimitero di Dachau, furono ritrovate solo nel 1952 e riportate a Premolo. Dal 2006 riposano nella cripta della chiesa parrocchiale di Sant'Andrea Apostolo nel suo paese natale. Nel 2016 gli è stata dedicata una pietra d'inciampo a Premolo.
Il 21 dicembre 2020, Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche, proclamandolo Venerabile, primo passo verso la beatificazione. Don Antonio Seghezzi rimane una figura esemplare di pastore che scelse di seguire i suoi giovani fino al sacrificio estremo, incarnando la radicalità evangelica che aveva sempre predicato. «La più bella azione cattolica che io farò sarà donarmi tutto» scrive don Antonio Seghezzi, assistente dei giovani di Azione cattolica, quando mons. Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo, gli affida l’incarico. Come tanti altri preti in Italia, segue i suoi giovani nella Resistenza e ne paga un prezzo altissimo: lavori forzati, campo di concentramento, morte per emottisi. Secondo di 10 figli, nasce a Premolo (Bergamo) il 26 agosto 1906. In seminario nel 1926 si diploma in Scienze sociali all’Istituto cattolico di Studi sociali di Bergamo con la tesi «L’enciclica sulla Regalità di Cristo in contraddittorio». Sacerdote dal 23 febbraio 1929, è viceparroco ad Almenno San Bartolomeo, poi insegnante di lettere in seminario. Cappellano militare in Eritrea nell’ospedale da campo 430, nel 1937 torna e il vescovo Adriano Bernareggi lo nomina assistente della Gioventù maschile di Azione cattolica. Cresce il suo impegno spirituale e la sua generosità pastorale. Svolge l’incarico con passione e slancio: gira la diocesi in lungo e in largo e contatta le sezioni e gli iscritti; passa di parrocchia in parrocchia chiedendo ospitalità notturna nelle canoniche, per essere presente a ogni adunanza: all’alba raggiunge Bergamo. Lo stile privilegia le idee ai programmi d’azione, la direzione spirituale all’organizzazione, la cura del singolo all’intervento sulla massa. A tutti propone una radicalità evangelica che vive per primo. Scrive fino a 100 lettere al giorno per seguire anche da lontano i suoi «figli».

Negli anni della tracotanza nazifascista, predica l’umiltà, la coscienza, l’abbandono in Dio e la preminenza delle leggi divine. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 sceglie «la strada dei monti», un atto in linea con il vangelo. «Che assistente sarei se non li assistessi proprio ora?». Spiega don Mario Benigni, compagno di prigionia in Germania: «Non incitò alla resistenza attiva ma alla resistenza passiva». I nazifascisti minacciano rappresaglie contro il clero e l’Azione cattolica. Su consiglio del vescovo Bernareggi, si consegna. Arrestato il 4 novembre 1943, è malmenato e torturato, processato e condannato a cinque anni di lavoro coatto. Deportato in Germania, è costretto ai lavori forzati. Malato di emottisi, il 23 aprile 1945 è trasferito nel lager di Dachau mentre gli alleati avanzano. Peggiora e il 21 maggio 1945, a campo ormai liberato e alla vigilia del rientro, don Antonio muore di TBC. I suoi resti sono sepolti nel cimitero di Dachau. Nel 1952 il parroco di Dachau li ritrova e le spoglie sono traslate nella sua Premolo che, con Bergamo, Sabbio di Dalmine e Cisano Bergamasco gli intitolano delle vie.

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